Sélectionner une page

Il tecnico specialista Doussy e studi scientifici per migliorare i calci degli azzurri

Cosa serve per calciare bene nel rugby? La passione. Perché se ti piace il ruolo, ti allenerai volentieri. E poi bisogna iniziare presto». Philippe Doussy è lo «skills coach» della federazione italiana rugby, lo specialista francese ingaggiato per insegnare a pensare con i piedi a un popolo di calciatori che nel rugby stenta a trovare l’uomo dalla tomaia d’oro. «Eh, sì, è un bel paradosso», sorride Doussy, ex mediano di mischia a Montauban e Perigueux, che dal 2006 lavora con le accademie e le giovanili azzurre e dal 2009 collabora anche con la nazionale. «Però serve una soluzione, altrimenti fra dieci anni mi farà sempre la stessa domanda. Con le accademie ci stiamo lavorando, fra i nati nel ‘95 abbiamo già individuato i possibili piazzatori».

Il problema è doppio. Partiamo dalla base. «Nel rugby non ci sono mini-racchette come nel tennis, o un canestro basso che a 10 anni mi fa sentire come Michael Jordan. La traversa è alta, se mi fanno calciare da lontano e ne sbaglio dieci di fila, a 10 anni mi demoralizzo, lascio perdere. Invece è a quell’età che occorre impostare gli schemi motori del calciatore. Quando sono già « stampati », diventa difficile modificarli».

Difficile anche convincere i club a non fare shopping all’estero per questo delicatissimo ruolo. «Ci sono pochissimi italiani che piazzano nel loro club. Se uno lo fa solo in nazionale, con lo stress che comporta, è facile innervosirsi. Con l’Italia difficilmente calci sul 35-3, più facilmente sul 12-9, e ad alto livello la testa conta il 60 per cento, la tecnica 40: se nel tuo harddisk mentale non hai registrato tutte le distanze e tutti gli angoli, sbagli».

500 ore di lavoro per raffinare la tecnica, 15 calci al giorno («Anche nei giorni di riposo») per mandarla a memoria. «Ma attenzione – avverte Doussy – oltre alla quantità serve la qualità». Un calciatore lo si costruisce pezzo a pezzo, partendo dal metacarpo e arrivando ai neuroni. Allenamenti con gli elastici, esercizi in cui occorre bloccarsi in perfetto equilibrio sull’ultimo passo, rafforzamento di addominali e dorsali. Doussy in famiglia ha un fratello olimpionico di canottaggio, e cerca suggerimenti in altri sport. «Ti apre la mente. Sono stato a Vipiteno con gli azzurri del biathlon per copiare il protocollo mentale e l’uso del diaframma che adottano per concentrarsi dopo 30 chilometri di sprint sugli sci e centrare in 40 secondi 5 bersagli distanti 50 metri. Studio il golf insieme con un biomeccanico come Giuseppe Massara: il movimento a pendolo dello swing e del calcio, il trasferimento dei pesi, sono simili. Negli States ho osservato la Nfl: loro partono da studi scientifici e impostano tutto sulla ripetizione del gesto, con professionalità maniacale».

Svezzare un Pelè del rugby è anche una questione di budget. In Nuova Zelanda e in Inghilterra c’è cultura e continuità, i francesi stanno investendo capitali. «Dispongono di una sorta di body da surf pieno di sensori che registra ogni movimento. Costa 30 mila euro, ma ti consente di lavorare su dati scientifici». Il miglior piazzatore del mondo? «Oggi il riferimento è Morné Steyn, il sudafricano. Non dico Dan Carter perché è mancino e perché giocare con gli All Blacks è un’altra cosa». Convertire un calciatore al rugby è possibile? «Con un po’ di adattamento sì. Prenderei Stankovic, Sneijder, Pirlo. E Ibra, per l’accoppiata potenza-precisione». Invece abbiamo Tobias Botes, che con l’Inghilterra ha ciabattato malamente due calci vitali. «L’importante è non ripetere due volte lo stesso errore, non perdere l’autostima. Contro l’Irlanda anche per Tobias sarà un’altra storia».

Source: La Stampa